mercoledì 11 marzo 2009

TOOL: CONTAMINAZIONI DELL' A(E)NIMA


I Tool si formano nel 1990 a Los Angeles, California, città che ha dato i natali a band di tutt’altro spessore sonoro ed artistico: tra le tante Guns’n’roses e Motley Crue.
Ma è l’inizio degli anni 90 e il “Grunge” sta sterminando inesorabilmente ogni germe di Hard Rock patinato e pieno di lustrini presente nello stato americano.
Due sono le strade: sciogliersi travolti dall’indifferenza più totale della gente oppure indossare una camicia a quadroni e seguire le orme di chi vende milioni e milioni di copie: Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden etc.
Per il quartetto “losangeliano”, invece la realtà è ben più profonda e complessa di quanto possiamo immaginare. Parliamo, infatti. di un’entità aliena a tutto quello che è stato il rock in questi ultimi anni. Un pachiderma informe e inarrestabile di elettricità e melodia che in breve tempo e con pochi splendidi album ha saputo travolgere ogni moda o genere del momento, creandosi un alone di mistero ma anche di culto. Nati soprattutto per volere del cantante Maynard keenan ( personalità camaleontica e dolorosa che ama travestirsi con lunghe parrucche oppure con maschere antigas sul palco) e del geniale chitarrista Adam Jones ( degno epigono dei grandi compositori progressive degli anni 70) debuttano nel 1993, con lo splendido “Undertow”. Inseriti a torto nel filone di Seattle, la musica del quartetto a stelle e strisce risulta invece ispirata e influenzata dal progressive rock di band anni settanta come Rush oppure King Crimson, cosa alquanto inusuale per l’epoca. Epocale la tripletta di pezzi iniziale, (Intolerance, Prison Sex, Sober ) che diventeranno dei cavalli di battaglia per quanto riguarda le esibizioni dal vivo.
E’ la volta, nel 1996 , di “Aenima, altro capolavoro di rock duro e psichedelico, ove le composizioni si dilatano ancora maggiormente creando delle atmosfere sempre in bilico tra luce e oscurità. Addirittura shockanti e onirici sono i video creati a promozione dei brani, dove esseri umanoidi oppure simili a marionette, si muovono su uno sfondo tra sogno ed incubo.
Il nome della band comincia a rimbalzare da un continente all’altro attirando stormi di persone ai loro concerti.
Il successo giunge quasi inatteso da parte dei nostri intaccando il loro spirito ermetico ed empirico.
I Tool decidono di fermarsi.
Dopo un’attesa spasmodica durata oltre 5 anni sarà il turno di “Lateralus”.
L’anima dei Tool è stata finalmente contaminata e il processo di trasformazione ha raggiunto stavolta uno stadio compiuto. Melodie orientali, lunghissimi arpeggi di chitarra acustica, morbose litanie del cantante Maynard , shamano visionario e apocalittico del ventesimo secolo, ma soprattutto la pesantezza elettrica di alcuni brani al limite del metal estremo( tra tutti il pachiderma “Shism” deglo del Doom più funereo), mostrano un volto nuovamente diverso a chi ancora tentava, invano, di catalogarli. Degna di menzione la sezione ritmica ( Paul D’amour, basso, Dannny Carey, drums) che si muove tra un tribalismo post-atomico e la violenza più cieca e subdola
La band si imbraca in un ennesimo tour mondiale.
Inutile dire che sarà un successo dovunque sbarchino
Passeranno altri 5 anni prima di poter ascoltare “10.000 Days” .
Un lungo viaggio lisergico (oltre 75 minuti!), tecnologico e mantrico, verso una dimensione fatta di puro spirito. Gli sviluppi stilistici presenti in “Lateralus” vengono riproposti in modo più maturo ma anche prolisso. L’intensità delle atmosfere dipinte dal virtuoso Adam sono ancora li a ricordarci che seppure il serpente non ha cambiato pelle , il veleno che ha saputo iniettarci poco a poco stravolgerà la mente portandola in un deliquio di visioni e ombre. Inutile e insensato citare un solo brano. L’album va ascoltato nel suo mastodontico insieme, prendere o lasciare! Una cosa è certa : chi ama la musica non può ignorare i Tool.

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